lunedì 13 luglio 2015

Piccolo racconto d'estate










Tra altre – a occhio e croce – ottantadue fobie, ho la fobia delle rane. Anzi, a voler esser più precisi, di quelle che dalle parti dove son cresciuta chiamano “bodde”. Da lì le espressioni gentili per sottolineare un certo sovrappeso di talune fanciulle («quella sembra una bodda») o espressioni varnacolari (come se in Toscana mancassero) più “figurative” che effettive: «ho mangiato così tanto che mi sento una bodda». Fatto sta che ho le fobie delle bodde. Di quelle robe enormi, informi, incolori che quando camminano riescono anche ad alzare le zampe somigliando a un automa partorito dalla mente perversa di uno che – invece – le bodde mi sa che le ama. 





Io, quando ero piccola-piccola, mica ce l'avevo questa fobia. Sono certa che mi è stata attaccata (tipo virus che si insinua lentamente senza farsi scorgere) da un'amica di mia nonna che veniva verso le 14.00 a prendere il caffè. E questa qui, tutte le sante volte, attaccava con la filippica delle rane... di quanto fossero mostruose, orripilanti, perfide. È che io quando ero piccola-piccola le raccoglievo pure, le rane. E tenevo quelle piccole-piccole nella mia mano piccola-piccola, quando ero piccola-piccola. Però, nel tempo m'è cresciuta la fobia. 






Spesso, quando rincasavo con mia nonna, ne trovavo una sul primo gradino delle scale esterne. Accucciata, rintanata al buio. Pronta a saltarmi addosso per distruggermi. Però non ha mai saltato. Mentre io ho rischiato più volte di conficcarmi la ringhiera nella rotula sinistra perché le volavo, le scale, quelle sere. Così mia nonna arrabattò alla buona una specie di pedagogia-salva-rotula e una sera mi infilò una rana nel letto. Perché secondo lei, in questo modo, mi sarebbe passata la paura. Se non ricordo male credo di aver dormito sul tappeto per almeno tre mesi. Poi fu la volta di mia zia – in quanto sorella di mia madre si alterca con lei per esultare sul trono della malvagità – la quale, tutte le volte che bevevo a stomaco vuoto, mi diceva di non farlo perché: «ti vengono le rane in pancia». Sant'iddio. Nell'acqua ci sono i girini. Poi la buttarono sulla psicologia. E ci fu chi perseverò a raccontarmi del solito rospo che una volta baciato diventa principe. Ma io volevo la casa con l'ascensore rosa della Barbie, non un principe. Poi fu la volta dell'amico che abitava al secondo piano della casa al mare e che allevava girini. E quindi, poche storie, bodde. Le teneva in un secchio pieno d'acqua per studiarne l'evoluzione e la crescita. Una volta mi mise davanti a una specie di macchia di Rorschach costituita da un essere a metà fra un girino e una rana. Hey, piano, che c'ho già un'infanzia difficile, io. Iniziai a piangere come un ossesso e a balbettare con un filo di voce: «perché...». Poi però lui mi fece ascoltare per la prima volta Otis Redding, mi portò a mangiare un gelato («sì, però con tanta panna») ed io non ci pensai più, almeno fino a quando non molestai ossessivamente il bagnino per chiedergli se era veramente sicuro che nel mare le rane non ci fossero. 






Negli anni mi son trovata tante volte davanti a rane, bodde e rospi. Una volta quasi ne pestai una. Un'altra volta, in campeggio, una mi salì su un piede. Pesano. Sono pesanti. E lente. E credo, alla fine, che questa mia zoofobia derivi dal fatto che sono lente. Mentre io anche troppo “veloce”. Arrivata in Piemonte, certi di farmi cosa gradita, mi portano in una piola tradizionale. Il cameriere mi ficcò nel piatto la mestolata di un'entità melmosa e quando mi dissero che erano «ottime rane in carpione» piantai un tale casino che i miei vicini di tavolo furono molto indecisi se chiamare i carabinieri o uno psichiatra. Stesso dicasi quando alla mia professoressa di Biologia delle superiori venne la brillante idea di vivisezionare una rana.






In ogni caso le sogno spesso e se dovessi dar retta al Don Juan di Castaneda dovrei cominciare a prendere seriamente in considerazione che la rana sia il mio animale totemico. Altrimenti detto: tutto da rifare. Ché tanto una morale questa fiaba non ce l'ha.


PS: non vi dico la fatica a selezionare le foto...

El.





sabato 11 aprile 2015

Living Judith









"Le cose costruite possono essere tutte uguali
le cose che crescono sono diverse."

(Julian Beck)



 

Perché i “funerali” servono sempre di più a chi è rimasto in vita. Perché c'eri tu nelle pupille dei miei sconclusionati e sfiancanti anni pisani. E c'era Julian. C'eravate voi a darmi la forza di credere che tutto (mi) sarebbe stato possibile. C'eri tu nelle mie gambe che correvano veloci per non far tardi a lezione. E correvo sul lungarno e sentivo dentro il significato di “libertà”. Volevo saper tutto, avevo la presunzione di poter saper tutto. E quella t-shirt sulla quale avevo scritto “NOT IN MY NAME”, ce l'ho ancora, sai? Per anni è stata la mia ostia. Ti “guardavo” da lontano, ti leggevo, ti bevevo. Hai cambiato una parte di me, come in una comunione. Mi sfibravano quelle estenuanti ore di treno ma tu, il Living, Carmelo eravate la certezza dell'obliterazione dei miei biglietti ferroviari. Partivo col buio e tornavo col buio, ma non mi sono mai sentita più fulgente. E dopo, negli anni torinesi, la certezza di voler sondare ancora di più il vostro messaggio... e quel libro... scritto col pianto... sull' “Archeologia del sonno”...mentre pianificavo la fuga senza averne ancora la consapevolezza. 








Il tuo corpo sul palcoscenico, il tuo corpo – piccolo, minuto, forte – davanti a me. Avevo paura ad incontrarti. Ma se non lo avessi fatto non avrei trascorso quei giorni indimenticabili con te. Edoardo e il “suo” ORSA (lo spazio che vi accolse); una frangia del Living nel mio respiro. Ti vidi arrivare, sottobraccio ad Hanon. Un cristo e la sua maddalena. Avevamo entrambe il raffreddore, quei giorni. E tenevamo in mano un fazzoletto pronto all'occorrenza. Mi chiedesti di accompagnarti in un bagno perché volevi truccarti. Tremavo. Nell'ascensore di Palazzo Nuovo ci guardammo a lungo. Chiusi gli occhi e riuscii a dirti solo: «Grazie». Tu mi prendesti le mani, le stringesti. Ti aiutai a sfumare un po' di fard. Da sola ricombinasti il kajal agli occhi e quel velo di rossetto che allargò ancora di più il tuo sorriso. Il tuo corpo sul palcoscenico, il tuo corpo davanti a me, il tuo corpo donato agli astanti. Edoardo aveva sistemato un tavolo con delle sedie. Guardaste – tu e Hanon – a lungo quel tavolo. Ma era una barriera, la “quarta parete” che avete sempre voluto distruggere. E così vi sedeste sul tavolo. Alla parola pronunciata da Hanon – RESIST! - ti girasti verso di me e sorridesti, soffiandoti il naso e lanciando uno sguardo d'intesa. Io avevo appena starnutito. Ti sorrisi anche io. 







«Ci sono domande?» chiedesti. Silenzio. Allungasti il braccio attorno alla tua testa: «se non ci sono domande allora significa che possiamo uscire tutti fuori e iniziare la rivoluzione!». Fu allora che iniziarono le domande. Del resto, la rivoluzione comporta una consapevolezza troppo radicale, no? Eri una bambina. Eri bellissima in quell'autunno torinese. «Vieni con noi a New York» mi chiedesti spalleggiata da Gary. Ti sorrisi ancora, abbassando lo sguardo. E adesso, nella notizia della tua morte, c'è tutta la me di allora. E ti tengo con me. E tengo con me le parole con le quali mi salutasti: «abbiamo parlato molto con gli occhi, io e te...».







 

El.

 


 

martedì 16 settembre 2014

Mia intervista da parte del gruppo Avamposti

... oggi parlo di me. O meglio: della me che parla, attraverso le risposte alle domande che mi sono state poste:


From the Womb © Eleonora Manca 2014




Qui il Link all'intervista: 



El.


martedì 26 agosto 2014

Memory Body_project

                          Memory Body n.2_2014_©_Eleonora Manca_still video



Bambina, sostituite con una cicatrice la cicatrice” 
Marina Cvetaeva



 
Ogni mio lavoro (che si tratti di foto, video o installazioni) è legato ai temi della metamorfosi e della memoria del corpo. É legato ai processi insiti nel cambiamento, al dolore che ogni metamorfosi esige, richiede. Alla benedizione di ogni cicatrice. Questo perché il pensiero comunica con il corpo e scrive su di esso le proprie emozioni recuperando incessantemente i contenuti della memoria. 

Memory Body_2013_©_Eleonora Manca_still video
 
Ogni corpo è memoria ed essa si stratifica a tal punto che ogni nostro atto è inevitabilmente legato ai ricordi che il pensiero cosciente tende ad annullare, ma che sostano inattaccabili nel corpo. Mentre la mente opera secondo azioni di conoscenza e di rimozione, il corpo non dimentica nulla e mantiene nelle proprie cellule ogni avvenimento, ogni pensiero, ogni sguardo, ogni parola. L’idioma del corpo è dunque l’inesplicabile linguaggio della memoria.

Memory Body n.2_2014_©_Eleonora Manca_still video

La ricerca, per quanto mi riguarda, continua e per certi versi la considero “aperta”, nel senso che raccogliere memorie è, alla fine, il lavoro di un'intera esistenza. Sul mio corpo, nel mio corpo, albergano quelli che sono i miei ricordi; quelli che ho, nel tempo, trasformato e quelli che mi sono stati donati: le memorie di sangue, tutte le esperienze, i racconti, gli accenti rubati o stemperati. Ciò che ho creduto di rimuovere (per sopravvivere) e che poi il tempo, sempre lui, sì, alcune volte gentiluomo altre tiranno, mi ha di nuovo presentato. Cattive memorie, buone memorie. I profumi, gli odori che all'istante ti proiettano in ciò che è stato, in ciò che sei stato. La me bambina, la me adolescente. La me sul crinale, la me guerriera. Sulla mia pelle c'è tutto. Nella postura del mio corpo, nei miei gesti c'è ancora tutto. Indelebile. Indistruttibile. Senza dolore il corpo non cambia. Il mio corpo è un quaderno sul quale ho scritto, hanno scritto. Scriverò e scriveranno.

Memory Body_2013_©_Eleonora Manca_still video

Due video (più incalcolabili fotografie) assecondano tutto questo. E così lo “strapparsi” la pelle – per incontrarmi più da vicino, quasi a voler tirar via gli organi per fare spazio all'ossigeno - assomiglia a un liturgia che possa insegnarmi a digerirmi, ad apprendere la registrazione e il controllo del sangue. Carne. Se “leggi” bene alla fine sarai diversa.

 Video:



Memory Body_©_Eleonora_Manca

2013, 01'16'', HD


 
Memory Body n.2_©_Eleonora_Manca

2014, 01' 05'', HD



El.


mercoledì 20 agosto 2014

Compiti per le vacanze_appunti di fine estate



E comunque è colpa dei Righeira se ogni volta, più o meno in questo periodo, mi ritrovo sepolta sotto il mood finisce-un-altro-anno. E, no. Non sto parlando dei “la-languidi-bri-brividi”, ma di quel verso che recitava: “l'estate sta finendo è un anno se ne va”. Quel verso che fin da bambina ha sconvolto ogni mia minuscola nozione civilizzata di calendario ribaltando l'unica certezza che avevo, ossia che la fine dell'anno era il 31 dicembre. Ad ogni modo, in ogni modo, l'estate – anche per 'sto turno – sta finendo. E – dal mio punto di vista – un anno se ne va. Sarebbe dunque il tempo dei bilanci, ma io non sono avvezza ai bilanci. O meglio: la malsana congettura secondo la quale ogni tanto è bene ripulire e analizzare mi provoca, da sempre, un'inerzia fulminante seguita da un broncio-spleen degno di un sonetto di Baudelaire. É che però, prima, me ne stavo di là – segui? - a tagliare zucchine, e improvvisamente ho realizzato che col cazzo che in inverno – malgrado ce le propinino a forza, quasi a spregio – le zucchine ci sono, ché loro han bisogno del sole estivo per crescere succose e sode. E così il taglio della zucchina mi ha fatto sbattere l'occhio al lunario, che ho appeso pigramente col solo pretesto di scarabocchiarci sopra cose da ricordare ma che poi puntualmente dimentico. E l'occhio non ha mancato di soffermarsi sulla data di oggi: 20 agosto. Mia nonna mi ha sempre detto che se attorno a ferragosto piove, significa che l'estate è un ricordo. Quest'anno è da maggio che l'estate è un ricordo, ma è solo un dettaglio.





É stata un'estate strana, la mia. Dedita a una pigrizia...frivola. É stata un'estate senza mare, che per me è sinonimo esclusivamente di acqua salata, nel senso che io vado al mare solo per rimanere in balia del grande acquario e chiedere di rinascere onda o sirena (e veramente uno dei più grandi difetti di Torino, per me cresciuta a maree e renella fine, è quello di non avercelo, il mare). Un'estate senza lucciole da rincorrere nei prati, prima che la guazza novella del mattino ti freddi le braccia. Senza stelle cadenti. Quando non è stata pigra è stata esagitata, con punte eccelse date dai festeggiamenti – programmati o improvvisati – col mio Re. Quel tipo di festa che ti fa dire “è tutto qui, non ho bisogno di altro”. Ma questi sono miracoli, non solo estivi. 





Fuori dalla finestra nuvole indaco e grigie si addensano fra i tetti della città, deserta di torinesi, allagata da turisti. Ci sono veramente, inspiegabilmente, tanti turisti. E la maggior parte dei negozi, ristoranti, locali (e parlo di quelli fuori dal centro-centro, perché Piazza Vittorio è open; giri l'angolo, invece, ed è la morte civile) sono chiusi. Così li vedi deambulare gravosamente e poi concentrarsi nell'unica pizzeria che vanta un dehor grande almeno la metà della piazza. Ad ogni ora del giorno. Mentre io faccio la formichina e penso alle “provviste” per l'inverno. Che se non ci becca la “tempesta solare” prima, si dice che la prossima sarà l'invernata più fredda degli ultimi 100 anni, nevi e gelo adunati sotto la contumelia travestita da verso poetico “apocalisse bianca”. 




Come un monaco buddista mi accingo all'intimità del “rito per la raccolta delle provviste”, solo che io non aspetto oblazioni dall'esterno, aspettarle coincide con non riceverle mai, semplicemente preparo una “dispensa” molto capiente sui cui scaffali mettere consapevolezza, desiderio di continuare a desiderare, coraggio, perseveranza. Avrò cura di queste provviste e non mancherò di lasciare spazi vuoti affinché possano riempirsi con ciò che i prossimi mesi vorranno offrire. Il mio compito sarà quello di accorgermi che c'è un dono per me e di mettermi nella condizione di riceverli e meritarli. Di buoni propositi non ne ho e non ne voglio. Non spunterò le voci di nessuna lista. Tutto e niente saranno indispensabili. 

 

El.


 
 

domenica 10 agosto 2014

In Search of Poetry






Tutta la notte mi scavo”

(Sylvia Plath)




Sì, “la poesia è una persona nuda”, come ha detto Bob Dylan. Sì, la poesia non ha niente a che vedere con l'illanguidirsi dinnanzi alle rime baciate, con i fremiti fiacchi e leziosi dati da versi-cliché. C'è da trovare le parole, la parola, penetrare il corpo. C'è da perdere sangue. C'è da ricordarsi che poesia è rabbia che si scaglia contro la bellezza e bellezza che rigurgita rabbia. Significa essere e non dover essere. Significa non più idoli su sacrificali altari elevati all'assoluto. Te ne stai lì, nuda, le scarpe ancora per terra, da lucidare, perché ti hanno detto che vanno lucidate e che devi masticare a bocca chiusa. Inizi a scrivere da quel momento. Lasci cadere i tuoi occhi, li allontani da quelle scarpe e inizi l'amputazione. Ché tanto lo sai, lo sai, sì, no? Lo sai che c'è lo spazio per qualcosa che ti è stato dato, ma che non sapevi di avere e che sopra di te che t’azzardi, tutt’occhi, dentro il vestibolo del niente, d’accordo con i tuoi poeti, di più con quella poetessa con la quale spartisci lo stesso tabarro di affinata, sparsa istintività (di cui ciascun altro è a digiuno) c'è, benché dissimulata e impanata dalla farina e acqua dell’oltremisura, la visione. Quella che ti porta a scrivere. Inevitabilmente. Irrompendo nell'esistente, trascinando scapole e falangi e ginocchi sbucciati mascherati da essenze in spifferi che quasi (ti) fanno le fusa:

 
La luna non è una porta, è  una vera faccia, bianca come una nocca e stravolta. Si trascina dietro il mare come un delitto oscuro, è silenziosa, la bocca fissa nell'O della disperazione”

(Sylvia Plath, The moon and the yew tree)


Sylvia Plath

La pelle prude. Sospendi il pensiero sui poeti suicidi, suicidati dalla società, rinchiusi in manicomio, stuprati da elettro-shock, promessi a lobotomie. Sospendi il pensiero sui loro telegrammi inviati alla pietà. E su quello che ancora tu esiti a inviare, rigirandotelo tra le mani come la coda spezzata di una lucertola. Ti ricordi di quando quella volta scrivesti quel verso che fece piangere quella tua amica. Ti ricordi di quando la professoressa di lettere ti scaraventò in mano i versi di quella poetessa e che fosti tu a piangere, quella volta. Ricordi e sospendi. Sospendi il ricordo affinché duri più a lungo e ti dia l'acqua necessaria per scrivere ancora. Niente è reciso. Niente è sincero come la memoria vomitata senza preavviso. Dalla camera morta canti e canti ancora. E non perdoni. Non perdoni ogni qualsivoglia dio che abbia voluto farti a sua immagine. Barando:

 
Sapeva perché certi hanno avuto in sorte una notte personale e solitaria, una stanza tutta loro ma senza finestre a cui possano affacciarsi le stelle, che la donna della fiera chiamava Zodiaco?”

(Janet Frame, Owls do cry)

Janet Frame

La poesia non è una maria che sfacchina per casa. Moltiplica gli occhi alle mosche e ruba ali ovunque può. Ali che poi si impigliano in tutto quello sparpagliare di altre ali – piume e penne, in ogni dove, come la gallina spennata dalla villana - nelle inferriate dei ballatoi, nelle strade, in quell’intersecarsi a voliera di tetti e comignoli. Una minaccia, vera e propria. È scossa tellurica durante il ballo in maschera del caos: 

 
Un giorno che il mondo invecchiava su una stella di fede pura come il pane ammucchiato dal vento, come le fiamme e il nutrimento della neve, un uomo svolse il rotolo di fuoco che bruciava nella sua testa e nel cuore”

(Dylan Thomas, A winter's tale)


Dylan Thomas

Te ne stai lì, in quel dall’incerto nome doppio con trattino. In quel frusto e spietato vestimento col quale ti ostini a scippare ai poeti che ti parlano, che ti danno la voce, ai quei poeti-vati, cioè, che con le loro uniformi si sporgono in te da uno scalcinato sky of the moon perfettamente atto a sostituire l’ingombrante e manierato e confortante cielo del mattino e mentre te ne stai lì prendi appunti per il tuo personale delirio. Perché anche questo lo sai. Sai che con i nastri di raso color pastello non si infiocchettano – edulcorati ed edulcoranti – pensieri, ma ci si impiccano le parole che non possono svignarsela, aggrappandosi alla favola sbagliata, per risvegliarsi al festino successivo:

 
Poiché il cammino delle comete è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando, strappando e non coltivando – esplosione e scasso – il tuo sentiero, crinieruto, storto, non è previsto dal calendario!”

(Marina Cvetaeva, Il poeta)

Marina Cvetaeva

Fili di ferro in faccia acconciati a mo' di corone, «svelta, adesso. A letto». Tutti i sinonimi e tutti i contrari. «Non vali niente» diceva, alle cinque del mattino, irrompendo nel tuo sonno e sgualcendo i tuoi sogni. Allora ti comprasti quel quaderno, sul quale annotare la fine dell'età adulta. L'ululato. «Mi perdoni, padre, perché ho peccato toccando il come, il perché, il cosa». Ma con la cauzione di parole nuove:

 
Entrammo in spazi incantati e illuminammo il buio con la punta delle dita”

(Ingeborg Bachmann, Lieder auf der flucht)

Ingeborg Bachmann

Te ne stai, dunque, lì, a cercare quella parola che non trovi, che si è ficcata chissà dove. Una parola che è già metastasi e che pretendi sia in grado già da sola di rammendare. E comprendi, per la prima volta, cosa sia il pudore. Perché nelle pieghe delle piaghe tutto è vergine e ogni fraseggio che ri-trovi lo associ ai miracoli e ai corpi, mutevoli in ciò che hanno fatto. Ossia: come-si-deve. Ma un poema è sì un dono, ma un dono segreto che ha a che fare con le promesse e per questo senti il pudore di ciò che scrivi. Che è come dire di ciò che hai dentro. Un digiuno, ma bulimico, perpetuo: 

Ci sei – perciò devi passare. Passerai – e qui sta la bellezza” 
(Wislawa Szymborska, Nic dwa razy)
 

Wislawa Szymborska

E quella poesia che dicono muoia sulle stagioni è invece il tuo solo possibile lascito e l'impazienza è timore del tempo e ogni parola ereditata è come la rugiada del mattino, di ieri, perché non ne vuoi sapere di come sia la rugiada di oggi. Almeno sino a domani. Perché ti occupi (ti vuoi occupare) dei frammenti e dei loro dettagli, perché essere nella poesia per te significa accorgerti della capacità fàtica di starti ad ascoltare senza lasciarti seviziare da tutti quei semafori che regolano il tempo. E, al contempo, significa sentire la mancanza della fermezza di sottoporre all’altrui indulgenza (senza possibilità alcuna di saldo) la perpetua veglia del non dire niente. Del non dire mai. O del non dire niente ancora. Eppure, allo stesso tempo, di avvinghiare - in una specie di rantolo, di brontolio - l’autodafé d’una noncuranza troppo affaccendata giusto quel tanto che può bastare per scagliarsi contro lo smisurato barbarico yop! :

 
Ciascuno mi saluta, passando, ed io, le mie piume infantili sollevo, in dolente risposta ai loro tamburi sbadati”

(Emily Dickinson, Poesie, 1862 [348])


Emily Dickinson
 
Te ne stai lì e pensi. Pensi non si comprendano la semplicità, i censimenti, il voltaggio delle metafore, l'itterizia di chi si rifiuta di assomigliare al vincitore. Distrattamente pensi alle ostie della comunione e contemporaneamente a un nome inesprimibile fissatosi sulle labbra:

 
Anelavi da tempo di scrivere una poesia così semplice e diafana, da risultare invisibile, qui di peso a nessuno, ma da far leggere forse ad un angelo! … Ed almanaccavi che cosa una tale poesia dovrebbe cantare, anche se in fondo ti è chiaro: una cosa qualsiasi, solo che in modo così diafano e semplice, da dover risultare invisibile...”

(Vladimír Holan, Arroganza)

Vladimir Holan
 
te ne stai lì e pensi che, poesia:

 
giunta da sempre, tu te ne andrai dovunque”

(Arthur Rimbaud, A une raison)

Arthur Rimbaud
El.

lunedì 4 agosto 2014

Il Kaspar Hauser secondo Davide Manuli



Che poi Kaspar Hauser è pure realmente esistito. Nel senso che realmente in quel di Norimberga, all'improvviso, come fosse piovuto dal cielo, comparve in una piazza. Il 26 maggio del 1828. Passato alla storia come il fanciullo d'Europa, riusciva a sfamarsi solo con pane e acqua e il solo odore di carne o alcool era in grado di procurargli atroci convulsioni. Quasi come un autistico si ribellava a qualsiasi emozione sensoriale, così come ai suoni acuti. Poiché cresciuto in totale isolamento in una buia cella per dodici anni, aveva sviluppato un animalesca capacità di vedere di notte. Era schivo, puro, innocente, epilettico e in breve tempo il suo caso destò l'interesse della gente che iniziò a maturare il desiderio di toccarlo, vederlo, fare degli esperimenti su di lui. Alla maniera di un freak, di un fenomeno da baraccone. Il 14 dicembre del 1833 venne pugnalato da uno sconosciuto nel parco di Ansbach. Morì tre giorni dopo, lasciando il mistero. Di lui è stato detto fosse un impostore, solo un mero malato di mente, la vittima sacrificale di attorcigliati complotti dinastici. C'è chi ha pensato fosse un re. E chi un santo. Su di lui sono stati scritti più di 3.000 libri e 14.000 articoli. Kurt Matull, Wermer Herzog, Peter Sehr gli hanno dedicato un film. Altri numerose pièce teatrali. 

Kaspar Hauser ritratto da Johann Friedrich Carl Kreul

Davide Manuli per il suo La leggenda di Kaspar Hauser sceglie di farlo arrivare via mare. Come un naufrago. Come un novello Robinson Crusoe. Arriva trasportato dalle onde e dalla bonaccia. Arriva imprevedibilmente su quella che è chiamata l'Isola X (si tratta della Sardegna più selvaggia, in particolare del metafisico paesino di San Salvatore di Sinis, già a suo tempo scenografia astratta per molti film western). L'isola è un non-luogo abitato da un pusher, da uno sceriffo, da una duchessa, da una puttana, un prete e un drago. Lì il tempo si è fermato. Oppure non è mai esistito. Il tempo lì gira su se stesso. A vuoto. La luce del sole aggredisce il bianco – già abbacinante - delle costruzioni rurali. La scelta poetica di registrare ogni evento che si sussegue con l'uso del bianco e nero altro non fa che esasperare l'immobilità del paesaggio e il perenne crinale scivoloso sul quale vivono i pochi abitanti. A tratti, per come è manipolata l'immagine, per come recitano le presenze, ricorda i film neorealisti. Eppure promana anche qualcosa di mitico, una specie di manìa, di follia mai assopitasi tuttavia equilibrata, in totale fusione con lo sciabordio delle acque. Una specie di infezione che serpeggia silenziosa e che ha poggiato il suo incanto su tutto e tutti al pari di un atavico anatema. Il tutto si dispiega in un momento espanso che ha a che fare con qualcosa di apocalittico. Pre o post non lo si riesce ad afferrare, ma proprio perché l'irrisolto, il non-sense, l'eterno peccato di preghiera divengono la presa di coscienza in divenire di un possibile andarsene. Ma alla fine non se ne va mai nessuno. Né si attende nessuno. Però arriva. E arriva nelle stigmate di una bravissima e intensa Silvia Calderoni la cui fisicità androgina, aliena, ossuta appoggia un'idea quasi archetipica di Kaspar stemperando il tutto mediante una miscellanea ora violenta, ora sensuale, ora ingenua. Come se non bastasse la musica elettronica del francese Vitalic – leitmotiv di tutto il film – crea un cortocircuito im-perfetto, in qualche misura accecato e al contempo avvalorato dal torso nudo e pallido dell'attrice che si muove nella coscienza d'ogni singolo muscolo, nervo (degna erede della biomeccanica di Mejerchol'd), ma lasciando sempre un qualcosa da intuire, quasi fosse condannato – il corpo – all'esilio d'una esistenza claustrofobica. 





Androide d'una non meglio precisata terra d'origine, il Kaspar Hauser di Manuli compendia un barcollante peregrinare alla mercé d'una incoscienza psicopompa. É esso stesso incerto figlio di cavaliere; è esso stesso simbolo dell'essere situati al di fuori, ovvero nell'immaginale intermondo di un tempo congelato, privo di argini e taciturno, dove l'effigie nuda della morte affiora ogni qual volta diventa fisico il timore d'un dio che possa scorgere la cimiteriale sterilità terrena. Appare Kaspar. Ma al contempo – come nei drammi beckettiani – non appare. E non appare come non appare mai Godot. E non appare perché è un enigma. E troppo insondabile. Schizoide che carezza la sclerosi di attimi spezzati concede il suo sguardo e il suo corpo dritti negli occhi degli abitanti in perenne assenza interrogativa. Ha pure il capo cinto da una corona di rami e spine, che ricorda quella di Cristo. Ma mentre la indossa se ne sta a dondolare – come un Pan – tra le fronde di un albero ripetendo a mo' di cantilena «Io sono Kaspar Hauser» totalmente incurante di ciò che potrebbe fermar-si.





Sofisticate reminiscenze omeriche, nascoste evocazioni ai Misteri ellenici. Ma, in una perpetua danza labirintica, Kaspar è adesso anche un nuovo Petit Prince in cerca del suo Pianeta e al contempo diaframma del Briccone Divino (chiamato spesso anche il “primogenito”): folle estraneo a questo cosmo, demiurgo – per la sua capacità di guidare l'intreccio del plot - capriccioso e infantile, dedito al rovesciamento dell'ordine gerarchico contrappuntandolo di balordaggini (apparentemente) insensate. Ed è anche archetipo del Puer Aeternus – continuamente vulnerabile e incapace di entrare nel tempo – che rifiuta e combatte il Senex; in ogni modo senza età. Così, il mito si rinnova nella sacralità della figura di Kaspar e diviene conglomerato di segni che interagiscono con la fisicità dell'attrice. E la morte lo sancisce definitiva icona. Educato al mestiere di Dj dallo sceriffo Vincent Gallo (nel doppio ruolo anche del pusher) plasma il proprio paradiso, portandosi appresso solo tre persone (lui stesso, la puttana-veggente, interpretata da Elisa Sednaoui e, appunto, lo sceriffo). Dispone il proprio empireo attrezzandolo con un'ampia consolle, cuffie e musica. Allo spettatore non rimane che godersi la finale danza bacchica paradisiaca restituita in chiave rave party e realizzare che tutto sommato di risposte non ce n'era bisogno.




 
El.