mercoledì 20 agosto 2014

Compiti per le vacanze_appunti di fine estate



E comunque è colpa dei Righeira se ogni volta, più o meno in questo periodo, mi ritrovo sepolta sotto il mood finisce-un-altro-anno. E, no. Non sto parlando dei “la-languidi-bri-brividi”, ma di quel verso che recitava: “l'estate sta finendo è un anno se ne va”. Quel verso che fin da bambina ha sconvolto ogni mia minuscola nozione civilizzata di calendario ribaltando l'unica certezza che avevo, ossia che la fine dell'anno era il 31 dicembre. Ad ogni modo, in ogni modo, l'estate – anche per 'sto turno – sta finendo. E – dal mio punto di vista – un anno se ne va. Sarebbe dunque il tempo dei bilanci, ma io non sono avvezza ai bilanci. O meglio: la malsana congettura secondo la quale ogni tanto è bene ripulire e analizzare mi provoca, da sempre, un'inerzia fulminante seguita da un broncio-spleen degno di un sonetto di Baudelaire. É che però, prima, me ne stavo di là – segui? - a tagliare zucchine, e improvvisamente ho realizzato che col cazzo che in inverno – malgrado ce le propinino a forza, quasi a spregio – le zucchine ci sono, ché loro han bisogno del sole estivo per crescere succose e sode. E così il taglio della zucchina mi ha fatto sbattere l'occhio al lunario, che ho appeso pigramente col solo pretesto di scarabocchiarci sopra cose da ricordare ma che poi puntualmente dimentico. E l'occhio non ha mancato di soffermarsi sulla data di oggi: 20 agosto. Mia nonna mi ha sempre detto che se attorno a ferragosto piove, significa che l'estate è un ricordo. Quest'anno è da maggio che l'estate è un ricordo, ma è solo un dettaglio.





É stata un'estate strana, la mia. Dedita a una pigrizia...frivola. É stata un'estate senza mare, che per me è sinonimo esclusivamente di acqua salata, nel senso che io vado al mare solo per rimanere in balia del grande acquario e chiedere di rinascere onda o sirena (e veramente uno dei più grandi difetti di Torino, per me cresciuta a maree e renella fine, è quello di non avercelo, il mare). Un'estate senza lucciole da rincorrere nei prati, prima che la guazza novella del mattino ti freddi le braccia. Senza stelle cadenti. Quando non è stata pigra è stata esagitata, con punte eccelse date dai festeggiamenti – programmati o improvvisati – col mio Re. Quel tipo di festa che ti fa dire “è tutto qui, non ho bisogno di altro”. Ma questi sono miracoli, non solo estivi. 





Fuori dalla finestra nuvole indaco e grigie si addensano fra i tetti della città, deserta di torinesi, allagata da turisti. Ci sono veramente, inspiegabilmente, tanti turisti. E la maggior parte dei negozi, ristoranti, locali (e parlo di quelli fuori dal centro-centro, perché Piazza Vittorio è open; giri l'angolo, invece, ed è la morte civile) sono chiusi. Così li vedi deambulare gravosamente e poi concentrarsi nell'unica pizzeria che vanta un dehor grande almeno la metà della piazza. Ad ogni ora del giorno. Mentre io faccio la formichina e penso alle “provviste” per l'inverno. Che se non ci becca la “tempesta solare” prima, si dice che la prossima sarà l'invernata più fredda degli ultimi 100 anni, nevi e gelo adunati sotto la contumelia travestita da verso poetico “apocalisse bianca”. 




Come un monaco buddista mi accingo all'intimità del “rito per la raccolta delle provviste”, solo che io non aspetto oblazioni dall'esterno, aspettarle coincide con non riceverle mai, semplicemente preparo una “dispensa” molto capiente sui cui scaffali mettere consapevolezza, desiderio di continuare a desiderare, coraggio, perseveranza. Avrò cura di queste provviste e non mancherò di lasciare spazi vuoti affinché possano riempirsi con ciò che i prossimi mesi vorranno offrire. Il mio compito sarà quello di accorgermi che c'è un dono per me e di mettermi nella condizione di riceverli e meritarli. Di buoni propositi non ne ho e non ne voglio. Non spunterò le voci di nessuna lista. Tutto e niente saranno indispensabili. 

 

El.


 
 

Nessun commento:

Posta un commento