lunedì 4 agosto 2014

Il Kaspar Hauser secondo Davide Manuli



Che poi Kaspar Hauser è pure realmente esistito. Nel senso che realmente in quel di Norimberga, all'improvviso, come fosse piovuto dal cielo, comparve in una piazza. Il 26 maggio del 1828. Passato alla storia come il fanciullo d'Europa, riusciva a sfamarsi solo con pane e acqua e il solo odore di carne o alcool era in grado di procurargli atroci convulsioni. Quasi come un autistico si ribellava a qualsiasi emozione sensoriale, così come ai suoni acuti. Poiché cresciuto in totale isolamento in una buia cella per dodici anni, aveva sviluppato un animalesca capacità di vedere di notte. Era schivo, puro, innocente, epilettico e in breve tempo il suo caso destò l'interesse della gente che iniziò a maturare il desiderio di toccarlo, vederlo, fare degli esperimenti su di lui. Alla maniera di un freak, di un fenomeno da baraccone. Il 14 dicembre del 1833 venne pugnalato da uno sconosciuto nel parco di Ansbach. Morì tre giorni dopo, lasciando il mistero. Di lui è stato detto fosse un impostore, solo un mero malato di mente, la vittima sacrificale di attorcigliati complotti dinastici. C'è chi ha pensato fosse un re. E chi un santo. Su di lui sono stati scritti più di 3.000 libri e 14.000 articoli. Kurt Matull, Wermer Herzog, Peter Sehr gli hanno dedicato un film. Altri numerose pièce teatrali. 

Kaspar Hauser ritratto da Johann Friedrich Carl Kreul

Davide Manuli per il suo La leggenda di Kaspar Hauser sceglie di farlo arrivare via mare. Come un naufrago. Come un novello Robinson Crusoe. Arriva trasportato dalle onde e dalla bonaccia. Arriva imprevedibilmente su quella che è chiamata l'Isola X (si tratta della Sardegna più selvaggia, in particolare del metafisico paesino di San Salvatore di Sinis, già a suo tempo scenografia astratta per molti film western). L'isola è un non-luogo abitato da un pusher, da uno sceriffo, da una duchessa, da una puttana, un prete e un drago. Lì il tempo si è fermato. Oppure non è mai esistito. Il tempo lì gira su se stesso. A vuoto. La luce del sole aggredisce il bianco – già abbacinante - delle costruzioni rurali. La scelta poetica di registrare ogni evento che si sussegue con l'uso del bianco e nero altro non fa che esasperare l'immobilità del paesaggio e il perenne crinale scivoloso sul quale vivono i pochi abitanti. A tratti, per come è manipolata l'immagine, per come recitano le presenze, ricorda i film neorealisti. Eppure promana anche qualcosa di mitico, una specie di manìa, di follia mai assopitasi tuttavia equilibrata, in totale fusione con lo sciabordio delle acque. Una specie di infezione che serpeggia silenziosa e che ha poggiato il suo incanto su tutto e tutti al pari di un atavico anatema. Il tutto si dispiega in un momento espanso che ha a che fare con qualcosa di apocalittico. Pre o post non lo si riesce ad afferrare, ma proprio perché l'irrisolto, il non-sense, l'eterno peccato di preghiera divengono la presa di coscienza in divenire di un possibile andarsene. Ma alla fine non se ne va mai nessuno. Né si attende nessuno. Però arriva. E arriva nelle stigmate di una bravissima e intensa Silvia Calderoni la cui fisicità androgina, aliena, ossuta appoggia un'idea quasi archetipica di Kaspar stemperando il tutto mediante una miscellanea ora violenta, ora sensuale, ora ingenua. Come se non bastasse la musica elettronica del francese Vitalic – leitmotiv di tutto il film – crea un cortocircuito im-perfetto, in qualche misura accecato e al contempo avvalorato dal torso nudo e pallido dell'attrice che si muove nella coscienza d'ogni singolo muscolo, nervo (degna erede della biomeccanica di Mejerchol'd), ma lasciando sempre un qualcosa da intuire, quasi fosse condannato – il corpo – all'esilio d'una esistenza claustrofobica. 





Androide d'una non meglio precisata terra d'origine, il Kaspar Hauser di Manuli compendia un barcollante peregrinare alla mercé d'una incoscienza psicopompa. É esso stesso incerto figlio di cavaliere; è esso stesso simbolo dell'essere situati al di fuori, ovvero nell'immaginale intermondo di un tempo congelato, privo di argini e taciturno, dove l'effigie nuda della morte affiora ogni qual volta diventa fisico il timore d'un dio che possa scorgere la cimiteriale sterilità terrena. Appare Kaspar. Ma al contempo – come nei drammi beckettiani – non appare. E non appare come non appare mai Godot. E non appare perché è un enigma. E troppo insondabile. Schizoide che carezza la sclerosi di attimi spezzati concede il suo sguardo e il suo corpo dritti negli occhi degli abitanti in perenne assenza interrogativa. Ha pure il capo cinto da una corona di rami e spine, che ricorda quella di Cristo. Ma mentre la indossa se ne sta a dondolare – come un Pan – tra le fronde di un albero ripetendo a mo' di cantilena «Io sono Kaspar Hauser» totalmente incurante di ciò che potrebbe fermar-si.





Sofisticate reminiscenze omeriche, nascoste evocazioni ai Misteri ellenici. Ma, in una perpetua danza labirintica, Kaspar è adesso anche un nuovo Petit Prince in cerca del suo Pianeta e al contempo diaframma del Briccone Divino (chiamato spesso anche il “primogenito”): folle estraneo a questo cosmo, demiurgo – per la sua capacità di guidare l'intreccio del plot - capriccioso e infantile, dedito al rovesciamento dell'ordine gerarchico contrappuntandolo di balordaggini (apparentemente) insensate. Ed è anche archetipo del Puer Aeternus – continuamente vulnerabile e incapace di entrare nel tempo – che rifiuta e combatte il Senex; in ogni modo senza età. Così, il mito si rinnova nella sacralità della figura di Kaspar e diviene conglomerato di segni che interagiscono con la fisicità dell'attrice. E la morte lo sancisce definitiva icona. Educato al mestiere di Dj dallo sceriffo Vincent Gallo (nel doppio ruolo anche del pusher) plasma il proprio paradiso, portandosi appresso solo tre persone (lui stesso, la puttana-veggente, interpretata da Elisa Sednaoui e, appunto, lo sceriffo). Dispone il proprio empireo attrezzandolo con un'ampia consolle, cuffie e musica. Allo spettatore non rimane che godersi la finale danza bacchica paradisiaca restituita in chiave rave party e realizzare che tutto sommato di risposte non ce n'era bisogno.




 
El.

2 commenti:

  1. Grande e raffinata recensione.Eleonora Manca è speciale.

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  2. Grandi voi... e speciali voi, grazie infinite... El.

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