domenica 10 agosto 2014

In Search of Poetry






Tutta la notte mi scavo”

(Sylvia Plath)




Sì, “la poesia è una persona nuda”, come ha detto Bob Dylan. Sì, la poesia non ha niente a che vedere con l'illanguidirsi dinnanzi alle rime baciate, con i fremiti fiacchi e leziosi dati da versi-cliché. C'è da trovare le parole, la parola, penetrare il corpo. C'è da perdere sangue. C'è da ricordarsi che poesia è rabbia che si scaglia contro la bellezza e bellezza che rigurgita rabbia. Significa essere e non dover essere. Significa non più idoli su sacrificali altari elevati all'assoluto. Te ne stai lì, nuda, le scarpe ancora per terra, da lucidare, perché ti hanno detto che vanno lucidate e che devi masticare a bocca chiusa. Inizi a scrivere da quel momento. Lasci cadere i tuoi occhi, li allontani da quelle scarpe e inizi l'amputazione. Ché tanto lo sai, lo sai, sì, no? Lo sai che c'è lo spazio per qualcosa che ti è stato dato, ma che non sapevi di avere e che sopra di te che t’azzardi, tutt’occhi, dentro il vestibolo del niente, d’accordo con i tuoi poeti, di più con quella poetessa con la quale spartisci lo stesso tabarro di affinata, sparsa istintività (di cui ciascun altro è a digiuno) c'è, benché dissimulata e impanata dalla farina e acqua dell’oltremisura, la visione. Quella che ti porta a scrivere. Inevitabilmente. Irrompendo nell'esistente, trascinando scapole e falangi e ginocchi sbucciati mascherati da essenze in spifferi che quasi (ti) fanno le fusa:

 
La luna non è una porta, è  una vera faccia, bianca come una nocca e stravolta. Si trascina dietro il mare come un delitto oscuro, è silenziosa, la bocca fissa nell'O della disperazione”

(Sylvia Plath, The moon and the yew tree)


Sylvia Plath

La pelle prude. Sospendi il pensiero sui poeti suicidi, suicidati dalla società, rinchiusi in manicomio, stuprati da elettro-shock, promessi a lobotomie. Sospendi il pensiero sui loro telegrammi inviati alla pietà. E su quello che ancora tu esiti a inviare, rigirandotelo tra le mani come la coda spezzata di una lucertola. Ti ricordi di quando quella volta scrivesti quel verso che fece piangere quella tua amica. Ti ricordi di quando la professoressa di lettere ti scaraventò in mano i versi di quella poetessa e che fosti tu a piangere, quella volta. Ricordi e sospendi. Sospendi il ricordo affinché duri più a lungo e ti dia l'acqua necessaria per scrivere ancora. Niente è reciso. Niente è sincero come la memoria vomitata senza preavviso. Dalla camera morta canti e canti ancora. E non perdoni. Non perdoni ogni qualsivoglia dio che abbia voluto farti a sua immagine. Barando:

 
Sapeva perché certi hanno avuto in sorte una notte personale e solitaria, una stanza tutta loro ma senza finestre a cui possano affacciarsi le stelle, che la donna della fiera chiamava Zodiaco?”

(Janet Frame, Owls do cry)

Janet Frame

La poesia non è una maria che sfacchina per casa. Moltiplica gli occhi alle mosche e ruba ali ovunque può. Ali che poi si impigliano in tutto quello sparpagliare di altre ali – piume e penne, in ogni dove, come la gallina spennata dalla villana - nelle inferriate dei ballatoi, nelle strade, in quell’intersecarsi a voliera di tetti e comignoli. Una minaccia, vera e propria. È scossa tellurica durante il ballo in maschera del caos: 

 
Un giorno che il mondo invecchiava su una stella di fede pura come il pane ammucchiato dal vento, come le fiamme e il nutrimento della neve, un uomo svolse il rotolo di fuoco che bruciava nella sua testa e nel cuore”

(Dylan Thomas, A winter's tale)


Dylan Thomas

Te ne stai lì, in quel dall’incerto nome doppio con trattino. In quel frusto e spietato vestimento col quale ti ostini a scippare ai poeti che ti parlano, che ti danno la voce, ai quei poeti-vati, cioè, che con le loro uniformi si sporgono in te da uno scalcinato sky of the moon perfettamente atto a sostituire l’ingombrante e manierato e confortante cielo del mattino e mentre te ne stai lì prendi appunti per il tuo personale delirio. Perché anche questo lo sai. Sai che con i nastri di raso color pastello non si infiocchettano – edulcorati ed edulcoranti – pensieri, ma ci si impiccano le parole che non possono svignarsela, aggrappandosi alla favola sbagliata, per risvegliarsi al festino successivo:

 
Poiché il cammino delle comete è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando, strappando e non coltivando – esplosione e scasso – il tuo sentiero, crinieruto, storto, non è previsto dal calendario!”

(Marina Cvetaeva, Il poeta)

Marina Cvetaeva

Fili di ferro in faccia acconciati a mo' di corone, «svelta, adesso. A letto». Tutti i sinonimi e tutti i contrari. «Non vali niente» diceva, alle cinque del mattino, irrompendo nel tuo sonno e sgualcendo i tuoi sogni. Allora ti comprasti quel quaderno, sul quale annotare la fine dell'età adulta. L'ululato. «Mi perdoni, padre, perché ho peccato toccando il come, il perché, il cosa». Ma con la cauzione di parole nuove:

 
Entrammo in spazi incantati e illuminammo il buio con la punta delle dita”

(Ingeborg Bachmann, Lieder auf der flucht)

Ingeborg Bachmann

Te ne stai, dunque, lì, a cercare quella parola che non trovi, che si è ficcata chissà dove. Una parola che è già metastasi e che pretendi sia in grado già da sola di rammendare. E comprendi, per la prima volta, cosa sia il pudore. Perché nelle pieghe delle piaghe tutto è vergine e ogni fraseggio che ri-trovi lo associ ai miracoli e ai corpi, mutevoli in ciò che hanno fatto. Ossia: come-si-deve. Ma un poema è sì un dono, ma un dono segreto che ha a che fare con le promesse e per questo senti il pudore di ciò che scrivi. Che è come dire di ciò che hai dentro. Un digiuno, ma bulimico, perpetuo: 

Ci sei – perciò devi passare. Passerai – e qui sta la bellezza” 
(Wislawa Szymborska, Nic dwa razy)
 

Wislawa Szymborska

E quella poesia che dicono muoia sulle stagioni è invece il tuo solo possibile lascito e l'impazienza è timore del tempo e ogni parola ereditata è come la rugiada del mattino, di ieri, perché non ne vuoi sapere di come sia la rugiada di oggi. Almeno sino a domani. Perché ti occupi (ti vuoi occupare) dei frammenti e dei loro dettagli, perché essere nella poesia per te significa accorgerti della capacità fàtica di starti ad ascoltare senza lasciarti seviziare da tutti quei semafori che regolano il tempo. E, al contempo, significa sentire la mancanza della fermezza di sottoporre all’altrui indulgenza (senza possibilità alcuna di saldo) la perpetua veglia del non dire niente. Del non dire mai. O del non dire niente ancora. Eppure, allo stesso tempo, di avvinghiare - in una specie di rantolo, di brontolio - l’autodafé d’una noncuranza troppo affaccendata giusto quel tanto che può bastare per scagliarsi contro lo smisurato barbarico yop! :

 
Ciascuno mi saluta, passando, ed io, le mie piume infantili sollevo, in dolente risposta ai loro tamburi sbadati”

(Emily Dickinson, Poesie, 1862 [348])


Emily Dickinson
 
Te ne stai lì e pensi. Pensi non si comprendano la semplicità, i censimenti, il voltaggio delle metafore, l'itterizia di chi si rifiuta di assomigliare al vincitore. Distrattamente pensi alle ostie della comunione e contemporaneamente a un nome inesprimibile fissatosi sulle labbra:

 
Anelavi da tempo di scrivere una poesia così semplice e diafana, da risultare invisibile, qui di peso a nessuno, ma da far leggere forse ad un angelo! … Ed almanaccavi che cosa una tale poesia dovrebbe cantare, anche se in fondo ti è chiaro: una cosa qualsiasi, solo che in modo così diafano e semplice, da dover risultare invisibile...”

(Vladimír Holan, Arroganza)

Vladimir Holan
 
te ne stai lì e pensi che, poesia:

 
giunta da sempre, tu te ne andrai dovunque”

(Arthur Rimbaud, A une raison)

Arthur Rimbaud
El.

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