sabato 11 aprile 2015

Living Judith









"Le cose costruite possono essere tutte uguali
le cose che crescono sono diverse."

(Julian Beck)



 

Perché i “funerali” servono sempre di più a chi è rimasto in vita. Perché c'eri tu nelle pupille dei miei sconclusionati e sfiancanti anni pisani. E c'era Julian. C'eravate voi a darmi la forza di credere che tutto (mi) sarebbe stato possibile. C'eri tu nelle mie gambe che correvano veloci per non far tardi a lezione. E correvo sul lungarno e sentivo dentro il significato di “libertà”. Volevo saper tutto, avevo la presunzione di poter saper tutto. E quella t-shirt sulla quale avevo scritto “NOT IN MY NAME”, ce l'ho ancora, sai? Per anni è stata la mia ostia. Ti “guardavo” da lontano, ti leggevo, ti bevevo. Hai cambiato una parte di me, come in una comunione. Mi sfibravano quelle estenuanti ore di treno ma tu, il Living, Carmelo eravate la certezza dell'obliterazione dei miei biglietti ferroviari. Partivo col buio e tornavo col buio, ma non mi sono mai sentita più fulgente. E dopo, negli anni torinesi, la certezza di voler sondare ancora di più il vostro messaggio... e quel libro... scritto col pianto... sull' “Archeologia del sonno”...mentre pianificavo la fuga senza averne ancora la consapevolezza. 








Il tuo corpo sul palcoscenico, il tuo corpo – piccolo, minuto, forte – davanti a me. Avevo paura ad incontrarti. Ma se non lo avessi fatto non avrei trascorso quei giorni indimenticabili con te. Edoardo e il “suo” ORSA (lo spazio che vi accolse); una frangia del Living nel mio respiro. Ti vidi arrivare, sottobraccio ad Hanon. Un cristo e la sua maddalena. Avevamo entrambe il raffreddore, quei giorni. E tenevamo in mano un fazzoletto pronto all'occorrenza. Mi chiedesti di accompagnarti in un bagno perché volevi truccarti. Tremavo. Nell'ascensore di Palazzo Nuovo ci guardammo a lungo. Chiusi gli occhi e riuscii a dirti solo: «Grazie». Tu mi prendesti le mani, le stringesti. Ti aiutai a sfumare un po' di fard. Da sola ricombinasti il kajal agli occhi e quel velo di rossetto che allargò ancora di più il tuo sorriso. Il tuo corpo sul palcoscenico, il tuo corpo davanti a me, il tuo corpo donato agli astanti. Edoardo aveva sistemato un tavolo con delle sedie. Guardaste – tu e Hanon – a lungo quel tavolo. Ma era una barriera, la “quarta parete” che avete sempre voluto distruggere. E così vi sedeste sul tavolo. Alla parola pronunciata da Hanon – RESIST! - ti girasti verso di me e sorridesti, soffiandoti il naso e lanciando uno sguardo d'intesa. Io avevo appena starnutito. Ti sorrisi anche io. 







«Ci sono domande?» chiedesti. Silenzio. Allungasti il braccio attorno alla tua testa: «se non ci sono domande allora significa che possiamo uscire tutti fuori e iniziare la rivoluzione!». Fu allora che iniziarono le domande. Del resto, la rivoluzione comporta una consapevolezza troppo radicale, no? Eri una bambina. Eri bellissima in quell'autunno torinese. «Vieni con noi a New York» mi chiedesti spalleggiata da Gary. Ti sorrisi ancora, abbassando lo sguardo. E adesso, nella notizia della tua morte, c'è tutta la me di allora. E ti tengo con me. E tengo con me le parole con le quali mi salutasti: «abbiamo parlato molto con gli occhi, io e te...».







 

El.

 


 

2 commenti:

  1. Hai deciso di condividere un incontro tanto importante, lo hai fatto dando al lettore una fotografia bellissima. Certo, si sente quanto questo tipo di persone abbiano arricchito la tua persona, come abbiano nutrito la tua già meravigliosa mente. La tua forte memoria è capace di trattenere ogni dettaglio nonostante il passare del tempo e degli eventi. Per questo oggi, in occasione della morte di questa così grande donna, tu puoi restituirci la memoria di lei VIVA. Mi sono commossa mentre leggevo.

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  2. Grazie Laura...di memoria in memoria...

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